CRESCITA E SVILUPPO Stampa
29/10/1998

Gli anni sessanta del Novecento --- SM 2069 --- 1998

Convegno sul tema: «L’Italia dagli anni sessanta ai settanta», Istituto Gramsci, Bologna, 29 ottobre 1998

In: Luca Baldissara (a cura di), "Le radici della crisi", Roma, Carocci, 2001, 261-283

anche in "Le merci e i valori", Milano, Jacabook, 2002, p. 81-97

http://www.ilmondodellecose.it/dettaglio.asp?articolo_id=2806

 

 

Limiti alla crescita e lotte per l’ambiente

 

 

Giorgio Nebbia

 

 

La domanda di nuovi diritti

 

 

Gli anni sessanta, ma anche gli anni settanta, del Novecento possono essere indicati come quelli in cui si è formato e diffuso in molti paesi, e anche in Italia, un grande movimento per i “nuovi diritti”: nuovi soggetti, fino allora subalterni, hanno scoperto di essere tali per colpa del modo in cui le grandi compagnie industriali operavano nel libero mercato (movimenti per la difesa dei consumatori e movimento “ecologico”) o operavano in complicità col potere politico e col suo braccio militare (protesta contro la guerra, l’imperialismo, le armi di distruzione di massa, il servizio militare, lo sfruttamento delle risorse del “terzo mondo”), o per colpa di pregiudizi (movimenti per i diritti della donna, delle minoranze etniche, per i diritti degli animali, per i diritti dei malati mentali e dei disabili), eccetera.

 

Ciascuna delle forme di oppressione, e ciascuna delle forme di ribellione, meriterebbe una storia a parte e forse uno storico un giorno tenterà di tracciarne un quadro complessivo, tanto più che ciascun movimento si intreccia con altri e i militanti di un movimento hanno combattuto anche per altri aspetti. Per esempio i militanti del movimento ecologico sono stati talvolta (anzi spesso) anche attivi nella lotta contro le armi, contro il servizio militare, nella lotta per la rivendicazione dei diritti dei popoli del terzo mondo, nella lotta per la difesa degli ”altri” animali, nella lotta contro l’esplosione dei consumi e così via.

 

In questa sede, più come testimone che come storico, cercherò di esaminare alcuni aspetti del movimento di contestazione “ecologica”: userò il termine “ecologico” --- piuttosto che quelli di ambientalismo, ecologismo, eccetera --- per riferirmi alle proteste che partono dalla presa di coscienza della posizione che gli esseri umani hanno nella natura e delle violenze che gli esseri umani esercitano contro la natura, in quanto animali speciali, dotati di particolari strumenti --- il modo di produzione capitalistico, l’avidità finanziaria, il mito dell’artificiale, molte forme di tecnologia --- che sono fonti di inquinamento, di rifiuti, di distruzione delle piante e degli altri animali.

 

Le violazioni dei diritti “ecologici”, e le relative contestazioni, vanno fatte risalire, in gran parte, alla organizzazione capitalistica della vita sociale e ai rapporti fra esseri umani basati sul denaro. Questo non significa che i paesi in cui si è avuta, più o meno a lungo, un’organizzazione socialista o comunista della società siano stati più rispettosi della natura e non esclude che i paesi soggetti ad un capitalismo di natura fascista (nazismo, fascismi italiani e francese) possano avere temporaneamente organizzato una vita meno violenta contro la natura. Così come non esclude che nei paesi capitalistici democratici possano essere stata, talvolta, rallentata la violenza contro la natura: per esempio nel periodo di Teodoro Roosevelt negli Stati Uniti, durante il New Deal di F.D.Roosevelt, in Occidente negli anni settanta dopo la crisi petrolifera, eccetera. Tuttavia, a ben guardare, l’organizzazione capitalistica e del libero mercato può funzionare bene soltanto con un crescente sfruttamento, a fini privati, dei beni collettivi della natura e dell’ambiente.

 

La crisi ambientale, infatti, deriva sostanzialmente dall’appropriazione privata dei beni collettivi: il mare o l’aria, che non “appartengono” a nessuno, possono ben essere usati per scaricarvi, senza pagare niente, le scorie delle attività private delle fabbriche e delle città; le strade, che non appartengono a nessuno, possono ben essere occupate dalle automobili private evitando ai proprietari di affrontare i costi del parcheggio; i boschi, che non servono a niente, possono ben utilmente essere tagliati per ricavarne spazi per le strade e le case di vacanza o per ricavarne legno per la carta. La violenza contro i beni collettivi, “inutili” (a Ronald Reagan, quando era governatore della California, si attribuisce la battuta che “chi ha visto una sequoia le ha viste tutte”), dalla cui integrità peraltro dipende il benessere di altri soggetti umani e non-umani, è, insomma, una delle forme per far aumentare l’utile monetario di alcuni soggetti economici e anche, alla fine, il reddito nazionale complessivo. In quegli anni sessanta e settanta in cui nacque la contestazione ecologica, qualcuno scrisse con macabra ironia che l’inquinamento atmosferico contribuisce ad aumentare il reddito nazionale perché le automobili inquinanti costano di meno e se ne possono fabbricare e vendere di più, e, facendo aumentare la malattie, fa lavorare gli ospedali e i fabbricanti di casse da morto.

 

Qualsiasi forma di difesa della natura e dell’ambiente (così come di difesa di tutti gli altri diritti) può venire perciò soltanto da un movimento di protesta --- da un movimento di liberazione --- generato spesso da una minoranza (un importante capitolo della storia potrebbe riguardare i caratteri, la natura, le motivazioni di tale “minoranza”) e poi esteso a un gran numero di persone. La storia del movimento “ecologico” mostra la sua forza, ma anche la sua fragilità: il potere economico e quello dei governi, disturbati dalla domanda di cambiamento, reagiscono con diverse dinamiche, talvolta assorbendo e facendo proprie le richieste di cambiamento per mettere a tacere gli oppositori e per non cambiare niente, talvolta ridicolizzando la protesta con abili operazioni di revisionismo ecologico (1).

 

L’esame degli anni sessanta e settanta è importante sia per riconoscere i volti della violenza e delle lotte, sia per riconoscere le azioni da intraprendere, se si vogliono rallentare le violenze contro la natura e contro l’ambiente, in un momento in cui il capitalismo diventa il modo planetario, “globale”, di regolare i rapporti fra cittadini e popoli e fra esseri umani e natura.

 

 

Le radici della contestazione ecologica

 

 

Gli anni sessanta e i primi anni settanta sono stati, anche per la nascita di una nuova consapevolezza “ecologica”, anni di grandi speranze, tanto che credo si possa parlare di una “primavera dell’ecologia” riferendosi al periodo che va dagli inizi degli anni sessanta al 1973, alla prima crisi petrolifera. I mutamenti, le tensioni, le contestazioni che hanno segnato tale periodo, e che stanno ancora alla base di molti problemi italiani irrisolti, vanno visti come riflesso di grandi mutamenti ed eventi internazionali. La stessa ondata dell’ecologia o il dibattito sui limiti alla crescita, sono stati mossi da ventate di contestazione internazionale.

 

Le nuove idee e denunce --- la fallacia del prodotto interno lordo, i limiti fisici del pianeta, l’esplosione demografica, i pericoli di inquinamento del pianeta, la difesa degli animali e la protesta contro la caccia --- capite e diffuse inizialmente da scrittori e giornalisti, forse più che da ecologi di professione, sono state anche in Italia rapidamente assorbite dall’opinione pubblica e hanno dato vita ad un vasto movimento di protesta, talvolta con proposte e soluzioni autonome e originali.

 

Gli anni cinquanta del nostro secolo erano stati caratterizzati da un eccezionale sviluppo industriale ed economico; la guerra fredda, l’aspro confronto politico e militare fra Stati uniti e Unione sovietica, hanno innescato un grande sforzo di produzione di macchinari, merci, manufatti, armi. I due imperi potevano contare su un gruppo di paesi satelliti, su un terzo mondo in condizioni coloniali da cui trarre (apparentemente) senza fine, materie prime, fonti energetiche, minerali, prodotti agricoli e forestali. La guerra di Corea aveva segnato la comparsa di una nuova potenza militare e industriale, la Cina, tenuta a bada da uno stato di grande povertà e arretratezza e da conflitti ideologici con l’altro grande paese comunista, l’Unione sovietica.

 

Su tutta l’umanità incombeva la minaccia di una guerra nucleare, resa palpabile e “visibile” dal “successo” delle esplosioni sperimentali di bombe nucleari sempre più potenti: circa mille bombe furono fatte esplodere nell’atmosfera da Stati uniti, Unione sovietica, Inghilterra, Francia, dal 1946 ai primi anni sessanta. La ricaduta al suolo, su tutto il pianeta, dei frammenti radioattivi delle esplosioni nucleari, i prodotti di fissione degli “esplosivi” uranio e plutonio, ha per la prima volta fatto comprendere due aspetti squisitamente ecologici: la modificazione chimica e fisica dell’aria e degli oceani non conosce confini, coinvolge tutto il pianeta; inoltre la contaminazione dell’aria, degli oceani e dei continenti con i prodotti di fissione, che emettono radioattività per secoli, compromette la salute e la base naturale vitale di intere future generazioni, che con la contrapposizione Usa-Urss della metà del nostro secolo non avrebbero certo avuto niente a che fare.

 

La grande paura della contaminazione radioattiva planetaria si può considerare il motore della prima contestazione ecologica che portò, con l’avvento dell’amministrazione Kennedy al governo negli Stati uniti, al trattato del 1963 che almeno ha vietato l’esplosione delle bombe nucleari nell’atmosfera (ma la Francia ha continuato tali esplosioni fino al 1974). Nonostante la grande paura degli anni cinquanta, per tutti gli anni sessanta e successivi è continuata la corsa alla fabbricazione di bombe sempre più potenti e ci sono state altre mille esplosioni nucleari nel sottosuolo.

 

A dire la verità la contestazione delle armi nucleari non è stata molto attiva in Italia negli anni sessanta; la stessa installazione nel 1960 in Puglia di venti missili americani, ciascuno con una testata nucleari a fusione da due megaton, è passata quasi inosservata, come hanno messo in evidenza recenti ricerche (2), così come in generale ha avuto poco peso la contestazione della presenza di armi nucleari in Italia.

 

 

I segnali

 

 

I primi movimenti di contestazione ecologica in Italia hanno piuttosto riguardato i guasti dell’urbanizzazione e quelli dell’inquinamento delle acque. Il miracolo economico degli anni cinquanta aveva portato una forte immigrazione dal sud al nord d’Italia, una crescente richiesta di abitazioni, la nascita di quartieri satellite congestionati e squallidi, spesso abusivi; nello stesso tempo c’è stato un assalto speculativo ai centri storici, con stravolgimento dei valori culturali e urbanistici. Questo aspetto ha dato vita, nel 1955, alla prima associazione ambientalista, Italia Nostra, con finalità essenzialmente di difesa dei valori storici e culturali; solo successivamente l’attenzione si sarebbe estesa anche ad altri aspetti della violenza ambientale, come l’inquinamento dell’aria dovuto al traffico e alle industrie. Esistevano, naturalmente delle associazioni per la difesa della natura, ma la loro visibilità sarebbe aumentata soltanto alla fine degli anni sessanta (3).

 

Non a caso la prima contestazione universitaria negli anni sessanta è partita dalla “domanda di urbanistica”, come occasione per contrastare la speculazione urbana, resa possibile dal controllo di fatto della pubblica amministrazione, nazionale e locale, da parte dei democristiani e dei loro complici. Le fonti per proposte di urbanistica alternativa esistevano: nella breve stagione del movimento di Comunità, Adriano Olivetti aveva fatto tradurre e pubblicare i libri sull’urbanistica organica di Lewis Mumford (la traduzione di “Città nella storia”, apparso nel 1961, è del 1963) e di Patrick Geddes (la traduzione di “Città in evoluzione”, apparso nel 1915,  è del 1970); la traduzione di “Megalopoli” di Jean Gottman è del 1970. Inoltre dalla metà degli anni cinquanta Antonio Cederna stava pubblicando su ”il Mondo” e poi sul ”Corriere della Sera”, una serie di articoli di denuncia del degrado urbano, che avrebbero alimentato la campagna di informazione e la mobilitazione organizzata da Italia Nostra negli anni sessanta.

 

Uno dei vistosi aspetti della violenza urbana era rappresentato dall’inquinamento atmosferico; le fotografie dei monumenti all’aperto corrosi dai gas acidi emanati dai camini delle industrie e del riscaldamento domestico, e dai tubi di scappamento delle automobili, fecero il giro del mondo e spinsero alla richiesta, anche in Italia, della prima legge contro l’inquinamento atmosferico, emanata nel 1966; una legge blanda, che toccava soltanto alcuni aspetti delle fonti di inquinamento, che cercava di disturbare il meno possibile gli interessi delle industrie petrolifere e dell’industria automobilistica, ma che offriva una base di conoscenza e delle norme per qualche azione di difesa della salute dei cittadini.

 

Quasi contemporaneamente, negli anni sessanta, veniva sollevato il problema dell’acqua e dell’inquinamento dei fiumi e dei laghi. La Fast, la Federazione delle associazioni scientifiche e tecniche creata da Luigi Morandi a Milano come “Casa della cultura scientifica”, cominciò a dedicare una serie di indagini sui consumi idrici, sullo spreco di acqua, e sull’inquinamento. Non era, a rigore, un “movimento” di protesta, ma l’iniziativa fornì le informazioni per quella che sarebbe stata una pagina importante della contestazione.

 

Era così possibile riconoscere che l’inquinamento delle acque, la presenza in superficie di schiume persistenti, erano il risultato dell’uso dei fiumi e dei laghi come ricettacoli di tutti i rifiuti urbani, industriali e agricoli, e della produzione di merci inquinanti, come la prima generazione di detersivi sintetici. A mano a mano che venivano perfezionate ed estese le analisi chimiche sulla composizione delle acque, veniva riconosciuta la presenza di residui di detersivi, di residui di metalli tossici, di residui di pesticidi, di concimi azotati e fosfatici. Se la serie di iniziative sulle acque della Fast non diede vita direttamente ad un movimento di contestazione, ebbe un ruolo importante per l’avvio di un lungo dibattito parlamentare che portò, nel 1976, all’approvazione della prima legge contro l’inquinamento delle acque, la cosiddetta “legge Merli”, dal nome del deputato (per inciso democristiano) che si era fatto promotore dell’iniziativa, e che fu punito, con la mancata rielezione, per il disturbo arrecato alle industrie.

 

 

La nascita della contestazione

 

 

La nascita della vera e propria contestazione ecologica si può far risalire alla seconda metà degli anni sessanta e agli Stati Uniti. L’opinione pubblica, già sollecitata dalle contestazioni contro la guerra del Vietnam, contro le compromissioni fra università e industria, dalle battaglie per i diritti civili e per i diritti dei neri, era preparata ad ascoltare anche altre voci di protesta. I giornali e le case editrici erano preparate a dare spazio ad articoli, libri e pubblicazioni sui grandi temi “ecologici” come l’ “esplosione” della popolazione mondiale; i pericoli dell’inquinamento dovuto ai pesticidi, soprattutto ai pesticidi clorurati; la congestione del traffico automobilistico e urbano; la contaminazione radioattiva dovuta alle esplosioni delle bombe atomiche del sistema nucleare-militare e alle centrali del nascente potere nucleare-commerciale; gli indicenti e gli inquinamenti industriali; le delusioni dell’”economia”, incapace di descrivere, col suo unico indicatore, il Prodotto interno lordo, i danni delle attività produttive ed economiche alla salute e alla natura.

 

Questi tema, talvolta presto, talvolta con qualche anno di ritardo, arrivarono in Italia: ne parlarono i giornali, si cominciò a discuterne nelle università e nelle associazioni (meno nel governo e nei partiti, neanche della sinistra). Un ruolo fondamentale ebbe il libro di una biologa americana, Rachel Carson, “Primavera silenziosa”, apparso nel 1962 negli Stati uniti e tradotto immediatamente, nello stesso 1962, da Feltrinelli. Il libro, come è ben noto, spiegava che se si fosse continuato, in agricoltura, ad usare pesticidi clorurati persistenti, non degradabili, capaci di disperdersi nel suolo, nelle acque sotterranee, e nel mare, queste sostanze tossiche sarebbero state assorbite dall’erba, dagli animali, sarebbero finiti nel cibo, nel latte alimentare e anche in quello materno, e un giorno, con la morte degli uccelli, la primavera sarebbe stata, appunto, “silenziosa”. La lettura e discussione di questo libro, in Italia nella seconda metà degli anni sessanta, portò alle prime forme di protesta contro l’uso dei pesticidi in agricoltura.

 

Come gli elementi radioattivi artificiali, anche i pesticidi persistenti per la loro natura chimica si disperdevano, attraverso i fiumi e gli oceani, in tutto il pianeta e avrebbero fatto sentire i propri effetti anche sulle generazioni future. La costatazione del carattere planetario dei pericoli ecologici e della estensione dei loro effetti nel futuro, apriva due nuove categorie di considerazioni. L’aria, le acque, gli inquinamenti non conoscono confini statali e tutti gli umani possono salvarsi soltanto se si sentono, indipendentemente dal regime politico o dal colore della pelle o dal credo religioso, uniti da una grande solidarietà, proprio quella che governa la vita descritta dall’ecologia.

 

Del resto pochi anni prima (intorno al 1966) l’economista americano Kenneth Boulding aveva scritto che il nostro pianeta va considerato come una navicella spaziale, “Spaceship Earth” . I suoi abitanti solo dal suo interno possono trarre aria, e acqua, e alimenti, e beni materiali, e solo nel suo interno possono immettere le scorie, i gas, i liquidi, i rifiuti della loro vita: le risorse che questa nave spaziale, unica casa che abbiamo nello spazio, sono grandi, ma non illimitate, così come è limitata la sua capacità ricettiva per i rifiuti. Immagini suggestive che ben presto furono lette e discusse anche in Italia, negli stessi anni sessanta.

 

Inoltre ricevevano nuovo stimolo gli studi sul futuro, sollecitati ora da nuove preoccupazioni come quelle per il degrado urbano e per quello della natura. Alcune indagini sui possibili futuri furono condotte negli Stati Uniti già negli anni sessanta: un movimento sui “futuri possibili”, o “futuribili” era nato, sempre negli anni sessanta, in Francia per iniziativa di Bertrand de Jouvenel, scrittore, politologo ed economista critico. Un suo libro ”Arcadie. Essais sur le mieux-vivre”, del 1968, conteneva importanti pagine sulla inattendibilità del Pil copme indicatore del benessere individuale e sociale ed ambientale. Un movimento “Futuribili” nacque anche in Italia per iniziativa di un intelligente imprenditore, Pietro Ferraro; fu pubblicata una rivista, con lo stesso titolo, di cui apparvero 64 numeri, dal 1967 al 1974, nei quali spesso ricorrono i problemi della “scarsità” delle risorse naturali e del loro uso dissennato.

 

La situazione ecologica risultava aggravata dall’esplosione della popolazione. Il biologo americano Paul Ehrlich scrisse una serie di libri (“The population bomb” è del 1968, non tradotto in italiano) che furono letti e divulgati anche in Italia da vari scrittori, fra cui Alfredo Todisco, un giornalista del “Corriere della Sera”: sono gli anni del dibattito sul controllo della popolazione e sul diritto all’aborto, e della nascita dei movimenti femministi per i quali il diritto a regolare la propria maternità trovava nuovo alimento nella consapevolezza che l’aumento dei terrestri fa anche aumentare la richiesta di beni naturali con effetti negativi sull’ambiente.

 

Negli anni sessanta cominciarono a ricevere attenzione anche in Italia i movimenti internazionali di liberazione che stavano sorgendo, pur pieni di contraddizioni, nel “terzo mondo”. La decolonizzazione aveva portato al passaggio dal dominio da parte degli stati coloniali europei ad una nuova colonizzazione da parte delle multinazionali dell’energia, dei minerali, del legno, dei prodotti agricoli. La protesta rivendicava il diritto sia all’indipendenza politica, sia anche a frenare l’invadenza e arroganza delle multinazionali occidentali.

 

Il paesi del terzo mondo, divenuti membri delle Nazioni unite, si organizzarono come gruppo di paesi “non allineati”, o “gruppo dei 77”, e cominciarono a far sentire la loro voce nelle assemblee e nelle conferenze in cui si parlava di commercio e di sviluppo (tipo l’agenzia Unctad) rivendicando anche il diritto all’uso delle risorse naturali locali da parte delle popolazioni locali. La ribellione dell’Iran contro lo Scia e le multinazionali del petrolio, quella della Libia, la ribellione del Cile di Allende contro le multinazionali del rame, contenevano in parte --- ma furono poco percepite come tali in Italia --- la consapevolezza che le risorse naturali di interesse economico sono limitate, e devono essere usate nell’interesse e a vantaggio delle popolazioni che le possiedono.

 

Una pagine interessante del dibattito “ecologico” degli anni sessanta riguarda la crescente attenzione per i problemi della popolazione e delle risorse da parte delle chiese cristiane, anche se con diversa angolazione da parte dei cattolici e dei protestanti per quanto riguarda il controllo della natalità. Indicazioni sulla violenza associata allo sfruttamento delle risorse naturali e all’esplosione dei consumi merceologici nei paesi del “primo mondo” capitalistico, si trovano nei documenti del Concilio Vaticano II e in alcune encicliche, come Pacem in terris del 1963 di Giovanni XXIII, Populorum progressio di Paolo VI del 1967, nella costituzione pastorale (uno dei documenti finali del concilio) Gaudium et spes del 1965.

 

Il contenuto ”ecologico”, che pure era presente, di tali documenti è passato quasi inosservato in Italia, con l’eccezione del dibattito sul controllo della popolazione, associato alla preparazione e alla pubblicazione dell’enciclica Humanae vitae di Paolo VI, del 1968, apparsa nel pieno del dibattito sui nuovi diritti al divorzio e all’aborto. Così come ben poca attenzione in Italia è stata rivolta alle pubblicazioni e al dibattito esistente nel mondo protestante sugli stessi temi. Kenneth Boulding, uno dei più ascoltati, anche perché di professione rispettato economista, critici alla società dei consumi e impegnato nel movimento ambientalista e pacifista, era quacquero.

 

 

“Ecologia delle contesse” ?

 

 

Un discorso a parte meriterebbe l’esame di quanto si è letto e capito sui nuovi problemi della scarsità delle risorse naturali e dell’ambiente nell’ambito della sinistra. Eppure nell’Unione sovietica e nei paesi comunisti esisteva un certo movimento che si rifaceva all’attenzione dimostrata da Lenin all’inizio della rivoluzione alle zone protette e ai parchi naturali; un dibattito che vedeva contrapposti i biologi, i geologi e gli ecologi sovietici (che vantavano una lunga tradizione di ricerche scientifiche) alle iniziative di regolazione del corso dei fiumi e di irrigazione che si sarebbero rilevate devastanti per vaste zone del territorio, agli inquinamenti industriali e radioattivi, insomma ai risultati perversi di una pianificazione miope, basata sul credo della “crescita” e che risultava così simile all’arroganza capitalistica.

 

Ancora più interessante sarebbe una analisi approfondita delle reazioni della sinistra, comunista ed operaia, ai nuovi problemi che stavano sorgendo. Senza parlare di ecologia e di Spaceship Earth, una battaglia per l’ambiente era di fatto in corso nel mondo operaio: il regime capitalistico in espansione non inquinava soltanto i fiumi e i laghi e l’aria, ma inquinava i lavoratori nelle fabbriche e nelle cave, e la seconda metà degli anni sessanta furono caratterizzati da movimenti operai che non solo chiedevano migliori salari e orari di lavoro, ma denunciavano anche le condizioni di lavoro in ambienti malsani, a contatto con sostanze tossiche che entravano nei polmoni dei lavoratori, prima di arrivare nell’aria e nelle acque esterne alla fabbrica.

 

Abbastanza curiosamente il movimento per l’ambiente dei lavoratori e quello, innegabilmente di estrazione borghese, di Italia Nostra e poi del Wwf, hanno camminato su piani estranei fra loro e anzi conflittuali. Pur con alcune eccezioni, sia il Partito comunista italiano, sia il movimento “del 68”, sia le organizzazioni sindacali hanno guardato con distacco, anzi talvolta con fastidio, l’”ecologia” borghese, talvolta classificata come “ecologia delle contesse”. Si poteva badare alla difesa dei monumenti all’aperto o degli animali in via di estinzione, quando gli operai morivano nei cantieri fatiscenti, o nelle fabbriche chimiche, o quando milioni di popoli si ribellavano ai regimi fascisti ? Un tema che ha trovato nel libro di Dario Paccino, “L’imbroglio ecologico”, del 1972, una delle sue più acute analisi.

 

Se l’ecologia borghese e quella di sinistra fossero state capaci di ascoltarsi e di comprendersi reciprocamente, avrebbero visto che la difesa dei monumenti e delle città e la lotta contro l’inquinamento e nelle fabbriche erano forme di lotta contro un comune nemico, la maniera capitalistica di produzione. E la stessa sinistra solo con ritardo si è sforzata di rileggere gli stessi testi classici del marxismo (che tanti militanti dell’ecologia borghese non sapevano neanche che esistessero) in cui era descritta la violenza capitalistica dell’ottocento contro la natura e che offrivano un quadro del tutto simile a quello contro cui i militanti dell’ecologia degli anni sessanta e settanta di questo secolo stavano combattendo.

 

Un altro motivo di incomprensione, anzi di rigetto, dell’ecologia borghese da parte della sinistra e dei sindacati stava nel fatto che il potere economico presentava alla sinistra e alla classe operaia le riforme “ecologiche” --- cambiamento dei cicli produttivi, depurazione delle acque, ristrutturazione urbanistica --- come altrettante cause di disoccupazione, di perdita di posti di lavoro. Si hanno, in questa fine degli anni sessanta, nuove manifestazioni di quel “ricatto occupazionale” --- disoccupazione “in cambio di” aria pulita --- che tanto gioco avrebbe avuto nel ritardare le riforme e nei conflitti ecologici in Italia nel corso degli anni settanta e ancora oggi.

 

 

Earth Day

 

 

La vera esplosione dell’ecologia si ebbe a partire dall’inizio del 1970. Il 1970 era stato dichiarato anno europeo della conservazione della natura, ma di questo non si era accorto quasi nessuno. L’effetto esplosivo si ebbe con l’arrivo in Italia del movimento sorto negli Stati uniti e che sarebbe culminato con la proclamazione delle “giornata della Terra”, l’Earth Day, fissata per il 22 aprile 1970. L’iniziativa era organizzata da moltissimi associazioni, gruppi di studenti, campus universitari, con un grande rilievo nei mezzi di comunicazione e un forte effetto, anche emotivo, sull’opinione pubblica americana. Furono pubblicati, in centinaia di migliaia di copie, le raccolte degli articoli sulla popolazione, sull’inquinamento, contro l’economia capitalistica, in difesa della natura, che fino allora erano passati quasi inosservati.

 

Fu come se un numero grandissimo di persone, sollecitate da articoli di giornali, inchieste televisive, film, libri, improvvisamente aprisse gli occhi sui pericoli a cui erano esposte, nella loro vita e nella loro salute, in quanto abitanti del pianeta Terra. L’aspetto interessante è che il movimento “esplose” letteralmente dalla base, come continuazione ideale dei movimenti degli studenti del 1968. Non a caso partì dalla California dove era anche più forte la contestazione della guerra del Vietnam, della “chimica”, del petrolio, dell’automobile, dei pesticidi, delle armi nucleari.

 

Seguendo lo stesso cammino, anche in Italia la stampa e i grandi mezzi di comunicazione cominciarono a guardare i fiumi e a scoprire le schiume che li soffocavano, a guardare l’aria e a costatare quanto poco fosse trasparente e respirabile e a raccontare questi fatti ai loro lettori e ascoltatori. Il 22 aprile 1970 ancora la Fast di Milano organizzò una conferenza sul tema: ”L’uomo e l’ambiente”. Dall’estero arrivavano sempre più frequenti segnali di disastri ecologici: dalla perdita del petrolio nel mare, dall’esplosione delle piattaforme petrolifere come quella al largo di Santa Barbara in  California, dalla scoperta che nel Vietnam erano state usati diserbanti contaminati da una sostanza chiamata “diossina”, che avrebbe avuto ben altra risonanza pochi anni dopo, con l’incidente di Seveso.

 

Le industrie chimiche nel golfo di Minamata in Giappone, con i loro scarichi di mercurio avevano avvelenato decine di pescatori; c’erano simili industrie anche in Italia ? Le centrali nucleari, tanto sicure ed efficienti, subivano un incidente dopo l’altro, con perdita di radioattività nell’ambiente; ma anche in Italia c’erano quattro centrali nucleari: quale grado di affidabilità avevano ?

 

Il potere economico e politico italiano furono presi di sorpresa; il potere economico si affrettò a cercare di ridicolizzare il nuovo forte movimento, anche reclutando un certo numero di accademici, nipotini del dottor Ure di ottocentesca memoria, per ridicolizzare i pericoli denunciati dalla protesta ecologica. Un intelligente e attento uomo politico come Fanfani, allora presidente del Senato, fu probabilmente il primo a comprendere la forza esplosiva della nuova contestazione e costituì, alla fine del 1970, una commissione speciale di senatori e studiosi, per rendersi conto dei problemi che l’ “ecologia” portava in sé. Tanto più che si stava rapidamente avvicinando un evento a cui nessuno fino allora aveva badato: le Nazioni unite avevano indetto, per il maggio 1972, una conferenza internazionale a Stoccolma sul tema “L’ambiente umano” alla quale erano invitati i governi perchè raccontassero quello che stavano facendo e che intendevano fare per l’ambiente.

 

Nei due anni che vanno dall’aprile 1970 al maggio 1972 apparvero e furono tradotti anche in Italia gli scritti di Ehrlich, già ricordato, che attribuiva all’esplosione della popolazione mondiale la vera causa prima del degrado ambientale, e dell’altro biologo americano Barry Commoner, che piuttosto attribuiva le colpe di tale degrado alla tecnologia capitalistica. In questa atmosfera cominciarono a circolare le bozze di una ricerca commissionata dal Club di Roma ad alcuni studiosi del Massachusetts Institute of Technology degli Stati uniti. Il Club di Roma era un gruppo di alcune decine di dirigenti, imprenditori, uomini politici internazionali che avevano deciso di condurre uno studio sul futuro, sulle sfide, dell’umanità.

 

La domanda posta agli studiosi era, più o meno: se veramente siamo di fronte ad un aumento della popolazione sempre più rapido, ad una crescente domanda di minerali, cibo, acqua, fonti di energia, se veramente sta aumentando l’inquinamento del pianeta, che cosa si può fare per fermare questa tendenza ?

 

Il risultato dello studio, che apparve sotto forma di libretto nella primavera del 1972, col titolo “Limits to growth”, malamente tradotto in italiano come “I limiti dello sviluppo”, anziché come “I limiti alla crescita”, era più o meno il seguente: “se” la popolazione mondiale continuasse a crescere al ritmo di quegli anni settanta, la crescente richiesta di alimenti impoverirebbe la fertilità dei suoli, la crescente produzione di merci farebbe crescere l’inquinamento dell’ambiente, l’impoverimento delle riserve di risorse naturali (acqua, foreste, minerali, fonti di energia) provocherebbe conflitti per la loro conquista; malattie, epidemie, fame, conflitti non solo frenerebbero la crescita della popolazione, ma ne provocherebbero una traumatica diminuzione. Il libro concludeva che, per evitare catastrofi, epidemie, guerre, sarebbe stato necessario rallentare, porre dei limiti, “fermare” la crescita della popolazione, dell’estrazione di materiali e risorse dalla natura, della produzione agricola e industriale. La ”crescita” --- growth, appunto, che non ha niente a che vedere con lo sviluppo --- fu indicata come la fonte dei guai presenti e futuri del pianeta, il “male” da mettere in discussione e sottoporre a “limiti”, da frenare.

 

Il libro suscitò dibattiti senza fine: alcuni lo presero come la base di un nuovo programma politico ed economico; il mondo cattolico lo criticò riconoscendo in esso una riedizione delle tesi del detestato Malthus; il mondo comunista, altrettanto ostile, sulla parola di Marx, a Malthus, lo denunciò come il solito trucco della borghesia per impedire la liberazione dai bisogni materiali del proletariato; gli economisti di professione ridicolizzarono l’ignoranza economica di chi criticava la crescita economica senza sapere di che cosa stava parlando; le grandi imprese riconobbero con grande lungimiranza il contenuto sovversivo di qualsiasi proposta di rallentare la produzione industriale, e quindi i loro affari e i loro profitti.

 

In questa atmosfera polemica va ricordato l’interesse di una parte del mondo comunista per una rilettura di Marx ed Engels: erano gli anni in cui veniva riscoperto “il giovane Marx” (soprattutto i manoscritti del 1844) e l’Engels della “dialettica della natura”. L’Istituto Gramsci (e mi fa piacere che sia stato proprio l’Istituto Gramsci a promuovere anche l’incontro di oggi) organizzò a Frattocchie, nel novembre 1971, un convegno i cui contributi sono contenuti in un ormai introvabile libro, “Uomo natura società”, del 1971. Forse la critica del capitalismo esposta nei classici del marxismo sulla base delle violenze alla natura, all’organizzazione urbana, alla produzione, che era stata sotto gli occhi di Marx ed Engels un secolo prima, offriva la base per una nuova azione politica per la difesa dei valori “ecologici” che cominciavano a farsi strada nell’opinione pubblica.

 

 La vivace primavera dell’ecologia si sarebbe dissolta nell’autunno del 1973; nel Cile il colpo di stato fascista che “suicidò” Allende nel settembre, riaprì le porte del paese alle multinazionali americane del rame; l’aumento del prezzo del petrolio da parte dei paesi esportatori nell’ottobre dello stesso anno: sembravano i segni di quelle turbolenze che erano “previste” nel libro sui “limiti alla crescita”. Il 1974 e gli anni successivi furono investiti da una crisi economica che rivelava il ruolo critico, nell’economia, della scarsità delle materie prime, fra cui i metalli strategici e il petrolio, il fatto che “le merci e le materie contano”, come andava scrivendo l’economista Nicholas Georgescu-Roegen, e che sono scarse in assoluto.

 

Ma il potere economico e politico approfittò della necessità di uscire dalla crisi economica per far accantonare qualsiasi ubbia di limiti alla crescita. E così ebbe poco ascolto il dibattito, degli anni 1974-76, sull’austerità, intesa come occasione per un cambiamento della produzione e dei consumi, dei modi di trasporto e della struttura urbana, o sulla “proposta di progetto a medio termine”, elaborata fra il 1975 e il 1977, dal Partito comunista italiano; benchè la sua lettura, anche a tanti anni di distanza, offra molte indicazioni di piena attualità ancora oggi, il progetto di “austerità” fu capito male anche nella sinistra, fu ridicolizzato e fu osteggiato con ogni mezzo dal mondo imprenditoriale e borghese, che ben riconobbero il suo contenuto sovversivo. La crisi economica durò a lungo negli anni settanta, e le speranze di cambiamento svanirono rapidamente.

 

Anche il movimento ambientalista cambiò volto. Ci sono state lotte, anche dure, negli anni settanta e ottanta, come quelle contro i pesticidi, il nucleare, la caccia, per il corretto smaltimento dei rifiuti, per la creazione di aree protette; alcune sono state vinte e sono state ottenute norme e leggi meno arroganti per la natura; è aumentata la visibilità delle associazioni ambientaliste, ma nello stesso tempo, almeno a mio parere, è diminuita la carica rivoluzionaria e progettuale, con una graduale transizione da movimento di contestazione a fonte di suggerimenti per correggere in senso ambientalista le leggi e i governi, nazionali e locali. E’ prevalsa la tesi che non si può sempre dire “no”, che bisogna fare delle proposte --- e con questo sembra ulteriormente allontanata la speranza di un cambiamento radicale che sarebbe l’unica via per frenare i danni alla natura.

 

 

Il passato è prologo

 

 

Una analisi degli anni sessanta e settanta avrebbe poco senso se non ci aiutasse a esaminare criticamente il presente e ad interrogarci sul futuro. Gli anni ottanta sono stati caratterizzati dall’espansione economica; la diffusione dell’informazione, anche nei paesi del Sud del mondo e in quelli comunisti, ha ben presto portato alla divinizzazione del modello occidentale non come portatore di libertà, ma come portatore di merci e di possibilità di accesso agli opulenti consumi “raccomandati” dalla pubblicità. Il processo si è completato con la fine dei governi socialisti, con la fine della contrapposizione fra i due imperi, capitalistico e comunista, ha portato ad una grande unificazione, alla globalizzazione, come si dice, della maniera capitalistica di sfruttare il pianeta e ad una moltiplicazione della violenza ecologica. I problemi “ecologici” degli anni sessanta e settanta rimangono tutti irrisolti, anzi aggravati.

 

Tutti parlano di realizzare uno sviluppo “sostenibile”, nuova parola di moda, usata furbescamente dimenticando che, secondo la definizione originale del 1976, per essere sostenibile uno sviluppo o una società devono essere capaci di assicurare alle generazioni future una adeguata disponibilità di risorse materiali, il che è possibile soltanto con un contenimento dello sfruttamento della natura. E tanti comportamenti politici ed economici, spacciati con l’etichetta della sostenibilità, sono invece insostenibili.

 

Eppure è sempre più chiaro, e a parole lo riconoscono anche i governi e le organizzazioni internazionali, che la crescita della produzione agricola e industriale possono avere luogo soltanto a spese di modificazioni, spesso irreversibili, delle risorse naturali, e quindi a spese della disponibilità di tali risorse per le generazioni future.

 

La popolazione dei consumatori di merci, oggi di seimila milioni di persone, cresce ancora in ragione di ottanta milioni di persone all’anno, di mille milioni di persone ogni 12 anni. Se anche si verificasse una stabilizzazione della popolazione mondiale sui diecimila milioni di persone, intorno forse alla metà del secolo prossimo, si tratta di trarre da un pianeta di dimensioni limitate i beni materiali per “sfamare” queste persone, per soddisfarne i bisogni --- di cibo, di energia, di cemento, di abitazioni, di acqua, di metalli, di plastica, di automobili, eccetera.

 

Già oggi vengono estratti, dalla “Spaceship Earth”, ogni anno, circa 30.000 milioni di tonnellate di materiali (aria ed acqua escluse); in Italia tale flusso di materiali (sempre aria ed acqua escluse) ammonta a circa 600 milioni di tonnellate all’anno. Una parte di questi materiali resta immobilizzata sotto forma di edifici, strade, macchinari a vita media e lunga, tanto che si parla di dilatazione continua e di rigonfiamento della “tecnosfera”, l’universo degli oggetti tratti dalla natura e trasformati dalle attività umane.

 

Durante la trasformazione e dopo l’uso un’altra parte dei materiali in entrata nella tecnosfera si trasforma in scorie gassose, liquide e solide che possono essere rigettate soltanto nell’ambiente naturale, ancora nella “Spaceship Earth”, e vanno a modificare la composizione chimica dei corpi riceventi naturali: aria, fiumi, mare, suolo.

 

L’immissione nell’atmosfera, ogni anno, nell’intero pianeta, di circa 25.000-30.000 milioni di tonnellate di anidride carbonica, provenienti dalla combustione di petrolio, carbone, gas naturale, dalla distruzione delle foreste e dalla produzione del cemento comporta modificazioni climatiche di cui si vedono ormai i segni. Nel caso dell’Italia la massa dell’anidride carbonica immessa nell’atmosfera ammonta a circa 450-500 milioni di tonnellate all’anno; quella dei rifiuti solidi ammonta a circa 100 milioni di tonnellate all’anno.

 

I grandi serbatoi delle risorse naturali non solo continuamente si impoveriscono, ma ogni aumento dell’uso delle risorse naturali impoverisce la qualità ecologica dei corpi riceventi e, quindi, diminuisce la possibilità di disporre, in futuro, delle stesse, o peggio ancora di una maggiore quantità delle stesse, risorse. L’aumento della produzione agricola impoverisce la fertilità dei suoli che deve essere corretta aumentando il consumo di concimi artificiali, una operazione che ha riflessi sulla qualità delle acque. La crescita dei consumi di acqua può avvenire con crescenti prelevamenti da serbatoi --- i fiumi, i laghi, le falde idriche sotterranee --- tutt’altro che illimitati e la cui qualità peggiora continuamente in seguito all’uso di tali corpi idrici come ricettacoli delle scorie e dei rifiuti. Tanto per avere un’idea dei prelevamenti di acqua si pensi che il flusso di acqua per le necessità agricole, industriali e urbane che attraversa la tecnosfera mondiale ammonta a circa 7 mila miliardi di t/anno (circa il 20 % della portata annua di tutti i fiumi); in Italia il flusso di acqua che attraversa la tecnosfera ammonta a circa 40 miliardi di t/anno, anche in questo caso oltre il 20 % del deflusso superficiale delle acque che ammonta a circa (150 miliardi di tonnellate all’anno).

 

Il potere economico --- i venditori di energia e di automobili --- col suo revisonismo ecologico cerca di dimostrare che sono inesistenti o irrilevanti le alterazioni rivelate dalle indagini, per esempio i mutamenti climatici dovuti alla modificazione della composizione chimica dell’atmosfera, ben sapendo che la loro esistenza impone una unica risposta razionale: la limitazione dei consumi di energia e delle merci e quindi della crescita economica.

 

Della crescita di chi, poi ? Se inaccettabile risulta, alle imprese capitalistiche e ad un ben indottrinato pubblico di 1.500 milioni di “consumatori” del Nord del mondo, la proposta di porre dei limiti alla crescita dei consumi di merci, del tutto inaccettabile risulta ai 4.500 milioni di abitanti dei paesi poveri del Sud del mondo che aspirano soltanto, e giustamente, dal punto di vista dell’equità, ad avere abitazioni con frigoriferi e televisori, almeno decenti, se non opulenti come le abbiamo noi, ad avere acqua e gabinetti che fermino la diffusione di malattie e di epidemie.

 

Un recente fascicolo (n. 3 del 1997) della nuova serie della rivista Futuribili, uscito a 25 anni dalla pubblicazione del libro “Limits to growth” e che cerca di estendere lo sguardo ai prossimi 25 anni, indica che per soddisfare i bisogni elementari della popolazione è inevitabile una crescita della produzione e dei consumi di merci e di materiali destinati al Sud del mondo e che in questo caso le catastrofi ecologiche possono essere evitate soltanto con una diminuzione dei consumi di beni materiali e di risorse naturali da parte del Nord del mondo.

 

Occorre non solo una diminuzione dei consumi del Nord del mondo, ma anche un loro cambiamento radicale; infatti nel Nord del mondo il numero di persone è relativamente stazionario, ma cambia la struttura della  popolazione, con un aumento del numero di anziani e una diminuzione delle persone in età di lavoro. Ciò comporta una modificazione delle città, delle forme di abitazione, della domanda di servizi, un rapido ricambio di apparecchiature e strumenti, il che comporta una ulteriore crescita, anziché una diminuzione, della produzione di beni alternativi e delle scorie da smaltire.

 

Particolarmente importante è la continua migrazione, specialmente nel Sud del mondo, di parte della popolazione povera nelle grandi città: le megalopoli anticipate da Gottman negli anni sessanta come possibili forme di razionalizzazione e solidarietà civile, sono diventate, nella versione degli anni duemila, esplosivi concentrati di conflitto, di violenza, di congestione e di inquinamento. Alla ricerca di migliori condizioni di vita e di possesso di maggiori beni materiali va fatta risalire la vera causa delle migrazioni di popoli dal Nord al Sud del mondo, con conseguenze, anche ambientali, che siamo impreparati ad affrontare.

 

Vi sono altri pericoli ecologici che erano in primo piano nell’attenzione generale negli anni sessanta e settanta e che sono stati successivamente nascosti nell’armadio. Non ci sono più le batterie di missili con testate nucleari che negli anni sessanta e settanta gli americani e i sovietici puntavano gli uni contro gli altri, ma esistono ancora circa 30.000 bombe nucleari, con una potenza distruttiva 500 volte più grande di quella di tutti gli esplosivi usati durante la II guerra mondiale, sparse in tutto il mondo; pericoli di contaminazione radioattiva di dimensioni gigantesche si hanno sia che si smantelli una parte di tali bombe, sia che si lascino dove sono.

 

Per tenere in efficienza le bombe nucleari devono essere fabbricati sempre nuovi esplosivi nucleari e devono essere tenuti sotto controllo gli esplosivi esistenti; questa persistenza del “nucleare”, strettamente legato a quello commerciale, comporta pericoli di proliferazione delle armi nucleari che, lo si è visto anche di recente, possono essere costruite anche da paesi che non sono grandi potenze e che a tale stato aspirano. Le tentazioni di dotarsi di proprie bombe nucleari --- come mostrano le recenti esplosioni avvenute in India e Pakistan --- sono facilitate dallo smantellamento di una (piccola parte) delle bombe esistenti, con separazione di materiali ancora “utili” a fini militari, difficili da smaltire, difficili da tenere sotto controllo, facile alimento di tentativi di commercio clandestino. Alla circolazione di materiali radioattivi artificiali contribuisce il rifornimento e il funzionamento delle centrali nucleari commerciali; anche se probabilmente il loro numero si stabilizzerà, comunque intorno a circa 500, e forse andrà diminuendo nella prima metà del ventunesimo secolo, il loro funzionamento e smantellamento comporta la “liberazione” e la necessità di immagazzinare, impensabili (anche perché finora sconosciute) quantità di materiali radioattivi altamente pericolosi per la vita umana e per la biosfera.

 

 

Chi ci salverà ?

 

 

La storia dei movimenti degli anni sessanta e settanta indica, a mio parere, le strade da seguire per alleviare, nei prossimi decenni, i segni della crisi della popolazione mondiale e della scarsità delle risorse. Tale salvezza può essere cercata soltanto in una nuova ondata di rinnovata presa di coscienza del carattere planetario dei problemi e la consapevolezza che la crescita della produzione delle merci e dei consumi e la competizione per il possesso di risorse scarse, possono soltanto provocare nuovi conflitti sui quali si innescano i conflitti fra religioni, etnie, stati vicini.

 

I confini politici e amministrativi sono segni arbitrari in un territorio che è, per definizione, unitario: si pensi ai giacimenti petroliferi, o alle riserve idriche, che si trovano nel sottosuolo di una zona che “appartiene” a due stati diversi confinanti. Si pensi ai bacini idrografici divisi fra diversi stati, ciascuno dei quali fa una propria politica autonoma nel campo dei prelievi di acqua e negli scarichi. Si pensi all’ineluttabile destino universale dei mari e delle loro risorse, assurdamente spartite in pezzetti denominati acque territoriali, fonti, fra l’altro, di conflitti nel campo della pesca (prelievi di risorse viventi) o degli scarichi. Nel massimo silenzio, per esempio, è passato, almeno in Italia, questo 1998 destinato dalle Nazioni unite ad essere l’anno degli oceani.

 

La grande lezione dell’ecologia, se la si fosse voluta ascoltare, stava proprio nell’invito alla solidarietà fra abitanti di un comune pianeta --- quella “nave spaziale Terra”, “scoperta” quarant’anni fa, e alla solidarietà con le generazioni future. Una delle bandiere della contestazione degli anni sessanta ricordava la frase di Saint-Exupery, che “la terra ci è stata data in prestito dai nostri figli”. Una nuova filosofia per i rapporti fra popoli e individui presuppone una critica radicale della maniera capitalistica e di libero mercato con cui vengono fatti confrontare popoli e paesi.

 

Si è ricordato in precedenza che le più dire obiezioni alla proposta di porre dei limiti alla crescita dell’uso delle risorse naturali e alla contaminazione dei corpi riceventi della biosfera è venuta dalla professione economica. L’accusa che gli indicatori monetari --- come il Prodotto interno lordo --- sono incapaci di descrivere l’impoverimento delle risorse e il peggioramento della loro qualità è stata rigettata con forza; al più sono stati e vengono fatti dei goffi tentativi di proporre delle correzioni del Pil, una qualche forma di “Pil verde”, per tenere conto dei “puri costi” dovuti al degrado ambientale --- costo dei depuratori e degli inceneritori, costo delle marmitte catalitiche, aumento del costo delle assicurazioni per i possibili danni dovuti all’effetto serra o al “buco” dell’ozono stratosferico.

 

Operazioni che forniscono al potere economico tranquillizzanti assicurazioni che tutto può andare avanti come al solito, con piccole correzioni che non rallentano, né tanto meno frenano la “crescita” e che anzi sono occasioni di nuovi affari. Una visione microeconomica, aziendalistica, che non fa altro che spostare, nel tempo e nello spazio, i problemi: nello spazio perché basata sull’illusione che vi siano paesi poveri che, oltre a offrire mano d’opera a basso prezzo, offrono anche suoli e spazi per i rifiuti e le scorie del Nord del mondo. Illusione perché, prima dei commerci e delle transazioni finanziarie, è la natura ad essere per definizione globale, e non ci può illudere di scaricare, senza ulteriori guasti planetari, le proprie violenza ambientali su altri popoli o su altri paesi.

 

Spostare nel tempo, perché un crescente numero di costi umani, e anche monetari, sono destinati a ricadere sulle generazioni future: ho già ricordato i costi e i danni a cui condanniamo i nostri posteri imponendogli, per secoli, la custodia dei materiali radioattivi artificiali e delle scorie tossiche e le conseguenze climatiche dell’effetto serra.

 

Eppure anche qui qualcosa si sta muovendo: cominciano ad essere redatte, in alcuni paesi, delle contabilità nazionali basate sul flusso fisico di materie prime, rifiuti e agenti inquinanti, da sovrapporre e confrontare con le contabilità monetarie tradizionali per riconoscere, finalmente, come e quali materiali ogni lira o euro di denaro sposta e da dove e verso dove.

 

Si attua così una delle raccomandazioni delle critiche condotte da alcuni economisti, come Boulding o Georgescu-Roegen o lo stesso Leontief, proprio in quegli anni sessanta e settanta della primavera dell’ecologia (ma alla misura del flusso di materia nell’economia avevano già pensato Marx nella sua analisi della ”circolazione” e i pianificatori sovietici negli anni venti) come ricetta per un mondo in cui l’economia, che per definizione si occupa di come far fronte alla scarsità, dopo aver pensato finora soltanto al denaro cominci a occuparsi anche della corretta distribuzione e del corretto uso delle risorse fisiche scarse e finite, nel nostro caso.

 

 

 

(1)  Una rassegna di alcuni di questi problemi e una pur parziale bibliografia possono essere cercati in: G. Nebbia,. “Breve storia della contestazione ecologica”, Quaderni di Storia Ecologica (Milano), n. 4, 19-70 (aprile 1994); e “Per una definizione di storia dell’ambiente”, Milano, aprile 1997

 

(2)  P. Nash, “The other missiles of October”, Chapel Hill NC, The University of North Carolina Press, 1977; e Leopoldo Nuti, “L’Italie et les missiles Jupiter”, in: Maurice Vaine (ed.), “L’Europe et la crisi de Cube”, Paris, Armand Colin, 1993

 

(3)  Per una storia di queste associazioni cfr., fra l’altro: Edgar H. Meyer, “I pionieri dell’ambiente. L’avventura del movimento ecologista. Cento anni di storia”, Milano, Carabà edizioni, 1995.

 

 

 





 Chiudi