CRESCITA E SVILUPPO Stampa
10/06/2007

Crescita/decrescita -- SM 2847 -- 2007

La Gazzetta del Mezzogiorno, domenica 10 giugno 2007

 

 

Giorgio Nebbia

 

 

Il primo o il secondo capitolo di qualsiasi (buon) libro di ecologia tratta la dinamica delle popolazioni, cioè come varia, col passare del tempo, il numero di individui di una popolazione (di pecore, di volpi, di umani) che occupa un territorio di dimensioni o di alimenti limitati, sia esso un pascolo o un bosco o una città umana o l’intero pianeta Terra. Per un certo periodo la popolazione considerata aumenta perché ci sono pochi individui e lo spazio e il cibo sono abbondanti; dopo un poco il numero di nuovi nati diminuisce perché lo spazio e il cibo cominciano a scarseggiare; arriva un momento in cui la disponibilità di spazio e di cibo porta ad una popolazione (più o meno) stazionaria (il numero dei nati e dei morti è quasi uguale), ma anche questa situazione è instabile perché nel corso della loro vita i vari individui generano delle scorie e dei rifiuti che intossicano l’aria o le acque o il cibo e la popolazione e la disponibilità di cibo per forza diminuiscono. Gli anni dal 1920 al 1940 sono stati l’età dell’oro dell’ecologia (come l’ha definita il biologo italiano Franco Scudo (1935-1998)) e vari studiosi hanno elaborato dei calcoli matematici che descrivono le varie possibili situazioni, e le loro possibili varianti: i giganti di questa impresa culturale sono stati l’americano Alfred Lotka (1880-1949), l’italiano Vito Volterra (1860-1940), il sovietico Giorgi Gause (1910-1986), il russo-francese Vladimir Kostitzin (1883-1963), una multinazionale della scienza ecologica; questa è l’ecologia !

 

Mezzo secolo fa qualcuno, come gli studiosi Kenneth Boulding (1910-1993), Barry Commoner, Nicholas Georgescu-Roegen (1906-1994) e altri, ha cominciato a ironizzare sulla contraddizione fra le leggi dell’ecologia --- che “vietano” una crescita all’infinito degli individui e delle cose in un ambiente di dimensioni limitate --- e quelle dell’economia le quali prescrivono che gli indicatori del benessere, il principale dei quali è il Prodotto Interno Lordo (PIL), devono crescere continuamente, di tanto percento all’anno. Ma il PIL monetario (circa 1500 miliardi di euro quest’anno in Italia), non è una grandezza astratta perché aumenta se aumentano i consumi di cemento, di petrolio, di patate, di ferro, di elettrodomestici, di divani, eccetera, di tutti i beni materiali che si ottengono con scambio di denaro. L’unico inconveniente è che cemento, benzina, patate, eccetera, non piovono dal cielo, ma vengono dalle cave, dai pozzi petroliferi, dai campi coltivati che, dopo un poco, non sono più “fertili”; il caso più vistoso è quello dei pozzi petroliferi che si stanno esaurendo negli Stati uniti e nel mare del Nord e si sono esauriti nella valle padana, dei campi la cui fertilità diminuisce per l’eccessivo sfruttamento, eccetera.

 

Esistono dei limiti nella massa delle risorse naturali che si possono estrarre dal pianeta e nella massa di materiali tossici che si possono immettere nell’ambiente; in questa constatazione non c’è niente di sovversivo, di filosofico, di moralistico; solo un avviso che gli umani devono muoversi e agire in conformità alle leggi biologiche che non possono essere violate e che sono poi le leggi della, vita che è l’unica cosa che conta.

 

Ma la crescita dei consumi risponde alla domanda di beni materiali, talvolta per soddisfare bisogni di lusso o frivoli o superflui o inutili, ma anche alla domanda di beni e servizi essenziali, non solo da parte dei duemila milioni di abitanti del Nord ricco del mondo, non solo da parte dei 2500 milioni di abitanti dei paesi emergenti del “secondo mondo” di India e Cina, ma soprattutto da parte dei duemila milioni di abitanti dei paesi poveri e poverissimi. Non c’è dubbio che occorre limitare, in conformità con le leggi dell’ecologia, il consumo e gli sprechi di beni materiali e  l’inquinamento ambientale, e questa è la raccomandazione dei movimenti che suggeriscono un cosiddetto “sviluppo sostenibile” e la “decrescita”. Ma è essenziale dare precise indicazioni su come e dove vanno riconosciuti e a chi vanno applicati tali limiti. E’ questo il più grande problema che hanno di fronte gli uomini politici e gli studiosi nei prossimi decenni.

 

La soluzione è in gran parte tecnico-scientifica e merceologica: bisogna che i governi identifichino i flussi di materie e di energia associati alla produzione di ciascuno dei beni materiali e, sulla base della necessità di limitare il prelievo delle materie ambientali, applichino gli strumenti tradizionali dell’economia, come inventivi e disincentivi e divieti e imposte, per orientare la produzione verso i beni essenziali e limitare gli sprechi.

 

Ma quali sono i beni necessari per soddisfare i bisogni “essenziali” ? e che cosa è essenziale e per chi ? Per i poveri e i poverissimi è essenziale avere cibo, vivere più a lungo e in salute, avere acqua pulita e fognature e energia. E’ essenziale avere una casa che non è soltanto un insieme di muri e un tetto fra cui ripararsi dalla pioggia o dal caldo, ma è il luogo in cui avere rapporti familiari; è essenziale essere in grado di leggere e scrivere e comprendere i messaggi, di distinguere fra la violenza della propaganda e della pubblicità e l’invito alla tolleranza e alla solidarietà. Ma anche la casa, l’acquedotto, il gabinetto, la scuola, il messaggio, richiedono risorse tratte dalla natura, cemento, ferro, plastica e energia e di conseguenza comportano la “crescita” dei beni sottratti alla Terra e dei rifiuti.

 

La inevitabile crescita delle risorse naturali necessarie per soddisfare i bisogni essenziali dei poveri è possibile soltanto se si ha il coraggio di proporre (di imporre ?) una decrescita della produzione e dei consumi di molte delle merci dei paesi ricchi, di quelle di lusso o di quel superspreco di denaro e di risorse fisiche rappresentato dalla produzione delle merci oscene per eccellenza, le armi. Questo mutamento nella quantità e nella distribuzione e nella forma delle merci scambiate nel mondo è motivato, a mio parere, da considerazioni, se non si vuole etiche o ecologiche, almeno egoistiche. I duemila milioni di poveri-poveri e gli altri duemila milioni di poveri nei paesi ricchi o emergenti rappresentano una pentola sotto pressione piena di violenza e di rivendicazioni e di domanda di giustizia. Lo si vede dalla diffusione del terrorismo, ma anche della violenza della avidità del possesso di denaro e di merci, fino a quando questi sono presentati come i supremi beni. Una cosa, a mio modesto parere, va detta sulla base di quanto spiegano la biologia, la chimica e la geologia: se si continua a proporre a oltre 6500 milioni di persone una crescita dei consumi del tipo e con la velocità di quella dei paesi ricchi, una catastrofe sul pianeta --- mancanza di cibo, di acqua, di energia, di spazio, violenza per la conquista delle risorse naturali e inquinamento --- è certa e forse vicina.

 

 

 

 

 

 

 

 





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