STORIA Stampa
11/07/1990

L'importanza dell'olfatto per lo scienziato

IL FIUTO DELLO SCIENZIATO

Storie di odori e dì scoperte

 

di Nicoletta Nicolini

Dipartimento di Chimica

Università “La Sapienza”, Roma

nicoletta.nicolini@uniroma1.it

 

 

NON so se abbiate un gatto. In tal caso avrete certamente osservato l’espressione particolare che fa dopo aver annusato qualche cosa. La sua smorfia mostra un momento di vivace curiosità intellettuale: il micio sta viaggiando a ritroso nel tempo cercando di ricordare dove e quando abbia già sentito quell’odore. L’olfatto fornisce un metodo d’apprendimento privilegiato per l’animale. Può esprimere ad esempio la paura, il pericolo, il richiamo sessuale, può delimitare il territorio e il gruppo di appartenenza. Studi recenti parlano di mappe olfattive anche per i colombi viaggiatori nella guida verso la strada di casa.

L’uomo, invece, considera il senso dell’olfatto poco nobile.

Anche se il legame con l’odore è pieno di contraddizioni, bisogna ammettere che nella storia sociale le sostanze odorose hanno avuto un ruolo non marginale, che ha assunto connotazioni diverse legate a pratiche magiche, religiose, di igiene, di salute. E anche di distinzione di classe, di razza e di mestiere. Se si pensa a come venivano ancora raccolte le immondizie nell’Ottocento, o gli escrementi in città prive di fogne, le emanazioni del personale addetto non avrebbero tratto in inganno nessuno. Ma anche i lavoranti delle piccole botteghe artigiane per la produzione di candele di sego o per la tintura dei tessuti, i cui colori venivano fissati con l’urina, erano facilmente identificabili. Per altri l’odore fa parte addirittura dell’etimologia del nome se è vera la derivazione della parola puttana da putida = puzzolente.

L’uomo con l’odore ha sempre avuto un rapporto ambiguo. Da una parte la puzza denotava l’uomo peccatore, mentre i santi avevano un odore gradevole (l’odore di santità); però la stessa puzza poteva aiutare a combattere le malattie e le pestilenze. La puzza pertanto poteva avere effetti benefici.

Anche l’uso di profumi personali ha avuto vicende alterne, legate a precisi canoni di eleganza abbinati alla morale dell’epoca. Il profumo, si sa, è un artificio e come tale può far cadere pericolosamente nell’inganno. Si condannava la donna che ne faceva uso perché era un’esca palese alle tentazioni e si sospettava dell’uomo poco austero forse per gli stessi motivi.

L’atmosfera di sospetto che circonda l’odorato è da imputare a un motivo molto semplice: la sua vicinanza al sistema cerebrale. Balzac sosteneva che questo senso, più degli altri, «poteva cagionare invisibili sussulti agli organi di pensiero». E questo legame senza mediazioni poteva essere sfruttato in campo medico. In primo luogo perché il medico che visitava il malato doveva odorare e riflettere. Anche in questo caso la buona memoria, il confronto tra odori sani e patologici, gli consentivano di fare una buona diagnosi (da qui l’uso dello stetoscopio per preservare il medico da un’eccessiva immersione). Inoltre un odore piacevole poteva combattere l’infezione come, viceversa, si poteva contribuire a peggiorare lo stato di malattia se l’odore inalato fosse stato mefitico. Ma ancora di più, variando il punto di applicazione di aromi particolarmente intensi, si poteva influire sullo spostamento degli organi. La convinzione ad esempio che l’utero fosse un organo soggetto alle commozioni, come viene detto in un testo di fine ‘500, permetteva di sfruttarne la sensibilità per ovviare ad alcuni inconvenienti fisiologici: un mazzetto odoroso applicato in basso avrebbe attirato verso di sé l’organo fuori posto ristabilendone la normalità; ma appoggiandolo in un altro punto, per esempio vicino al naso, si sarebbe invertita la direzione dello spostamento, generando un disordine spiacevole nel corpo.

L’odore poteva diventare inoltre dimostrazione di certezze. In un libro sull’elettricità del 1749 lo si è usato per indagare l’essenza del fluido elettrico. Dall’odore dei corpi bituminosi e solforosi si aveva la prova che nei fenomeni elettrici era coinvolto il fuoco. Ma anche il «vetro strofinato sprigiona un odore di zolfo», quindi si poteva concludere che lo stesso vetro rientrava nella categoria dei bitumi combustibili.

Responsabile di epidemie, l’odore era il protagonista di problemi di ordine sanitario e questi venivano combattuti con aromi forti. Ancora nel ‘700 la peste veniva controllata con le fumigazioni di erbe aromatiche e di polvere da sparo. Ma alla fine del secolo l’odore, da grande protagonista, passa al ruolo di comprimario; viene inseguito, aspettato al varco e costretto in provetta. Nulla sfugge alle nuove direttive della scienza. Lavoisier aveva introdotto una vera e propria rivoluzione olfattiva: l’odore viene «desensualizzato» e perde le sue caratteristiche di universalità. Man mano si spoglia dei magici e terapeutici attributi per essere sottoposto all’indagine chimica. Lavoisier aveva seguito il percorso tracciato da Guyton de Morveau e aveva assegnato all’odore le caratteristiche del corpo che lo aveva emanato, spostando l’attenzione dai miscugli aerei alla formazione di prodotti. Non ci si limitava più ad una sovrapposizione ai miasmi preesistenti ma si interveniva chimicamente con i corpi odoranti. I nuovi prodotti disinfettano e deodorano come, ad esempio, l’acqua di calce. Ma con l’impostazione scientifica e con la misura si finisce con l’esagerare: il tentativo di assegnare un odore ad ogni corpo per poterne determinare la sostanza è destinato al fallimento.

Il processo di restrizione del ruolo si trova anche nell’esempio descritto da Bachelard sull’ozono. Alla fine del ‘700 si riconosce che l’ossigeno diventa odorante se sottoposto all’azione della scintilla elettrica. L’odore dell’ozono è quello grandioso del fulmine, quindi è l’odore proprio dell’elettricità con tutti i misteriosi risvolti che le si possono assegnare. Ma con il chimico l’odore del fulmine perde il suo carattere magico. Non è più il valore cosmico dell’odore elettrico ad essere studiato e si cerca, per buona parte dell’800, una sostanza, «una curiosa sostanza» come veniva allora chiamata, responsabile dei fenomeni osservati e che si dimostra efficace contro le epidemie di colera.

Le statistiche elaborate nell’800 sulla presenza della sostanza e l’assenza di colera non porteranno a definire immediatamente le caratteristiche dell’ozono in quanto molecola chimica con precisi meccanismi di reazione, tanto è vero che ancora a fine ‘800 ci si chiede se l’accumulo di odori infetti sia dovuto all’ozono troppo scarso per combatterli. Come si vede «la consumazione dell’ozono attraverso i miasmi» fa ritornare di nuovo all’idea di odore che combatte un altro odore.

Il passaggio dalla relazione “odore del fulmine = disinfezione” a quella chimica, che vede un radicale di ossigeno in grado di ossidare con facilità altre sostanze, non è semplice da un punto di vista scientifico. È la stessa differenza che ritroviamo tra conoscenza comune e conoscenza scientifica. Anche se il procedere lungo questa seconda strada, a volte, è ancora, come dire, una questione di naso.

 

LA STAMPA, mercoledì 11 luglio 1990



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